Crimeless – estratto

1. Colonia, 15 settembre 2005, ore 22.45

Adesso era davvero stanco. Dopo aver lavorato senza interruzione per diverse ore nello studio di casa sua, il presidente dell’Unione Industriali della Germania, Horst Weber, sentiva che gli occhi si stavano facendo pesanti e comprese che era ora di andare a dormire. Si tolse gli occhiali, li ripose ordinatamente in un elegante astuccio di cuoio e chiuse con cura la cartella dei documenti che aveva studiato per tutta la sera. Si alzò dalla scrivania, diede un’occhiata tutt’intorno per controllare che fosse tutto a posto e uscì dalla stanza spegnendo la luce.
In fondo, la coincidenza dell’assenza di sua moglie e della domestica che si era verificata quella sera non gli era dispiaciuta. Anzi, gli aveva consentito di occuparsi di quel fascicolo sulle difficoltà delle esportazioni tedesche in Estremo Oriente, da giorni in attesa di attenzione sulla sua scrivania in ufficio. Invece, nella quiete di casa e senza le fastidiose formalità del matrimonio, da tempo svuotato di ogni contenuto sentimentale, aveva potuto dedicare l’intera sera al lavoro, per giunta col piacere di buona musica di sottofondo.
L’unica distrazione era stata una telefonata della figlia, da anni sposata e trasferitasi a Norimberga, con la quale aveva anche scherzato sulla situazione.
«Helena è dovuta tornare in Polonia per assistere la sorella che si è improvvisamente ammalata, mentre tua madre è andata a trovare un’amica in un paese venti chilometri fuori città» aveva spiegato.
«E non ti senti solo in casa?» aveva chiesto la figlia.
«Al contrario. Mi sono accorto di quanto si stia bene senza nessuno che ti faccia perdere tempo in sciocchezze. E poi è stata anche una piccola fortuna, perché altrimenti non avrei saputo come terminare un lavoro per cui ero già in ritardo. In effetti, sono stato io ad insistere perché la mamma andasse a trovare la sua amica, e non me ne sono affatto pentito!»
«Ma non c’è nemmeno Helena!»
«Beh, lei starà via soltanto pochi giorni e intanto noi ce la possiamo fare senza problemi» aveva ribattuto lui in tono ironico. «Questa sera, ad esempio, io mi sono fermato in un ristorante sotto l’ufficio, dove conoscono bene ciò che mi piace e non ho certo cenato peggio che a casa. E in quanto a prepararmi la prima colazione della mattina posso ancora fare a meno della domestica.»
Su queste parole aveva riso allegramente, poi la conversazione si era trasformata in uno scambio di informazioni sulla famiglia ed era terminata dopo pochi minuti.
Adesso Horst Weber desiderava soltanto andare a dormire, ma non senza portare con sé il leggero spuntino che era solito consumare a letto subito dopo il suono della sveglia. Perciò, attraversò con passo stanco il grande salone di casa e raggiunse la cucina, silenziosa e in ordine come sempre a quell’ora.
Non si era mai vergognato di essere un uomo ordinato e ripetitivo al limite della pignoleria. Al contrario, riteneva che regole di comportamento assennate e in grado di reggere alla prova del tempo costituissero un elemento di forza nella psicologia degli esseri umani. Perciò, anche quella sera non si pose nemmeno il problema di derogare dalle sue abitudini e, in mancanza della domestica, dovette arrangiarsi da solo.
Estrasse dal frigo la sua marmellata preferita e il burro, per collocare una giusta quantità dell’una e dell’altro su un piattino, che mise su un vassoio insieme a un bicchiere di latte e una fetta di pane integrale. Poi, finalmente, si avviò verso la camera da letto, che si trovava al piano superiore dell’appartamento, in cima a una scala con gradini di marmo di Carrara accompagnati da un corrimano di ferro battuto disegnato da un rinomato architetto.
Dopo un’ultima occhiata in giro, spense le luci nella zona giorno e cominciò a salire. La sua mente non riusciva a staccarsi completamente dal documento che aveva studiato per tutta la sera, ma l’ambiente gli era così familiare che le gambe seguivano un percorso noto da sempre, senza necessità di comando.
Però, in cima alla scala qualcosa non era come al solito.
Appena oltre l’ultimo gradino, il suo piede incontrò qualche centimetro prima della posizione abituale il grazioso tappetino del piano superiore, che scivolò all’indietro con inattesa facilità facendogli perdere l’equilibrio. Per un breve istante, Horst Weber sembrò sorpreso, come indeciso se evitare o meno una rovinosa caduta. Poi il ritmo degli eventi accelerò di colpo: l’uomo cadde all’indietro perdendo il controllo dei suoi movimenti, mentre il vassoio che teneva tra le mani finì sul pavimento scoperto dall’arretramento del tappeto, dove latte, burro e marmellata cancellarono le tracce di un eccesso di cera.
Precipitando lungo la scala, Horst Weber urtò subito con la testa il corrimano di ferro battuto e perse conoscenza. Più in basso batté di nuovo violentemente il capo contro lo spigolo di un gradino e continuò a rotolare fino a che raggiunse il piano inferiore, dove restò ormai senza vita.

2. Milano, 15 settembre, ore 23

In un’elegante palazzina di Milano, due persone erano in vigile attesa.
Lui, Alex, era un uomo nel pieno della maturità, di altezza media, con fisico asciutto, capelli corti e scuri, pelle chiara e lineamenti regolari piuttosto comuni. In lui colpiva subito lo sguardo, singolarmente intenso e concentrato come per un tormento interno imprigionato in profondi occhi scuri. Il portamento e l’espressione seria del viso gli conferivano un aspetto di naturale eleganza, accentuato dagli abiti, ricercati e costosi ma senza concessioni ai dettami dell’apparenza più scontata, che era solito indossare.
Lei, Niki, pur diversa per costituzione fisica e carattere, sembrava essersi conformata allo stile di lui. Chiara di capelli, che arrivavano appena sotto la nuca, era più giovane del suo compagno di diversi anni. Anch’essa di media altezza, sembrava più magra di quanto in realtà non fosse, anche per l’abbigliamento quasi sempre nero che faceva da contorno alla sua interessante bellezza. Il viso, chiaro e dai lineamenti fini, era animato da occhi castani, normalmente velati di rassegnata tristezza ma capaci di illuminarsi con lampi d’insospettabili passioni. Ad un primo sguardo Niki poteva anche passare inosservata, ma ad un secondo si faceva sempre notare per un fascino inconsueto che lasciava intuire una natura interiore complessa e tormentata.
Niki e Alex abitavano in un’esclusiva palazzina color giallo lombardo di due piani, circondata da un giardino che la nascondeva da sguardi indiscreti, come le altre abitazioni di quella strada. L’accesso pedonale si apriva su un sentiero pavimentato che si inoltrava tra alberi ornamentali. Sul retro, invece, un cancello carrabile immetteva in una stradina che, dopo un tratto in piano, scendeva con una curva in forte pendenza verso un garage seminterrato.
La collocazione dell’edificio aveva costituito un elemento decisivo per i nuovi proprietari quando avevano deciso di traslocare dalla Svizzera, dove in precedenza avevano abitato per un paio di anni. Ed anche l’interno era stato adattato alle loro esigenze con un accorto lavoro di ristrutturazione commissionato ad uno studio di architetti, senza badare a spese. Al primo piano erano collocate tre spaziose camere da letto, mentre a quello sottostante c’erano una spaziosa cucina, uno studio molto luminoso che Niki utilizzava per dipingere ed un grande salone, aperto su una parte del giardino con aiuole fiorite e alberi. Diversi servizi erano poi giudiziosamente distribuiti all’interno.
Infine, la casa aveva anche un seminterrato che ospitava un vasto spazio senza finestre, organizzato come un laboratorio di tecnologie avanzate, a cui si accedeva attraverso una porta blindata situata al termine della scala che scendeva dal piano terra. Sulla destra dell’ingresso, due scrivanie disposte in direzioni perpendicolari formavano un’unica base di appoggio per documenti ammonticchiati in pile ordinate. Sull’altro lato un paio di grandi tavoli sostenevano il peso alcuni computer e altre apparecchiature di servizio, che un collegamento in rete locale poteva unire in un potente sistema di calcolo. Dal punto di vista funzionale, quell’hardware era suddiviso in due sotto-sistemi. Uno costituito da macchine destinate alle operazioni che richiedevano maggiore potenza di calcolo, normalmente connesse in rete e protette con originali soluzioni sviluppate da Alex. L’altro, riservato ai dati più sensibili, era formato da un computer a cui Alex accedeva mediante un laptop, tenuto fisicamente spento e scollegato dalla rete tranne che in caso di bisogno.
Infine, lo spazio alla sinistra delle scrivanie era attrezzato come un piccolo laboratorio di elettronica e telecomunicazioni, mentre le pareti erano coperte da scaffali pieni di libri, manuali e strumenti non di uso immediato.
Anche quella sera, le persone di servizio se ne erano già andate da diverse ore lasciando Niki e Alex soli in casa. Lui guardava distrattamente la televisione nel salone al piano terra mentre lei leggeva, seduta in una poltrona sotto una lampada a stelo.
Quando scoccarono le undici, Alex si alzò dal divano senza parlare e, con passo lento come per ritardare un appuntamento inevitabile ma atteso senza piacere, si diresse verso la scala che conduceva al piano inferiore.
Davanti alla porta blindata, digitò sull’apposita tastiera il codice che consentiva l’accesso ed entrò. Raggiunta la zona dei computer, si accomodò su una poltroncina a rotelle, accese il laptop e digitò la password per entrare nel suo sistema informatico. Poi, con pochi comandi dette il via alla simulazione su cui aveva lavorato per diverse settimane e si concentrò sulle figure che rapidamente riempirono lo schermo.
In primo piano, un insieme di tetraedri compose lo scheletro di una figura umana piuttosto imponente, subito ricoperto per completare l’avatar di Horst Weber. La somiglianza con l’originale era modesta nel volto, ma molto accurata in ogni altro aspetto. Il peso era praticamente perfetto, perché preso dalla copia del report sull’ultimo dei vari check-up a cui periodicamente si sottoponeva quel soggetto. Lunghezza di gambe e braccia, circonferenza alla vita, al torace e alle cosce, nonché altre rilevanti dimensioni erano state ricavate da fotografie prese di nascosto, con un’ottima macchina fotografica digitale. Infine, altre informazioni di interesse, come la distribuzione della massa lungo lo scheletro, erano state calcolate al computer mediante un avanzato modello matematico, utilizzando tutti i dati disponibili.
A fianco dell’avatar, sullo schermo era apparsa una elegante scala del tutto simile a quella della casa di Horst Weber, modellata sulla base di filmati realizzati mediante webcam nascoste e rimaste in funzione per poche serate prima di essere prudentemente rimosse. Le immagini raccolte contenevano anche diverse salite di Horst Weber dal salone verso la zona notte, tutte praticamente identiche, che erano servite come base per progettare e simulare l’incidente mortale. Ma anche quelle non erano state sufficienti per gli scopi di Alex, che aveva voluto verificare di persona. Così aveva chiesto e ottenuto che la casa restasse deserta e a sua disposizione una sera in cui, indossando guanti e soprascarpe, aveva salito più volte quella scala, con sensori di sforzo meccanico applicati a caviglie e ginocchia e un sistema di acquisizione dati appeso alla cintura. In seguito, lavorando con pazienza nel suo laboratorio, aveva ricalcolato quei dati, scalandoli in base alle differenze tra la sua struttura fisica e quella di Horst Weber.
Intanto, sfruttando la sua copertura come esperto informatico, aveva acquistato un sofisticato programma professionale per animare l’avatar, scelto tra quelli utilizzati per realizzare giochi tridimensionali al computer. Con quello strumento aveva lavorato per circa un mese allo sviluppo di un simulatore in grado di rappresentare la salita di Horst Weber sulla scala della sua casa, confrontando il risultato dei calcoli con i dati acquisiti durante la prova sul posto che aveva effettuato. Infine, soddisfatto del risultato, aveva utilizzato il simulatore per progettare dettagliatamente l’incidente di cui, adesso, stava ripassando ancora una volta lo svolgimento, nell’attesa che tutto si compisse realmente.
Un braccio dell’avatar era appoggiato al corrimano rappresentato con dovizia di particolari, mentre l’altro, piegato e appena discosto dal tronco, reggeva un vassoio sul quale erano rappresentati alcuni oggetti. Per il resto, lo schermo ospitava alcune icone che si riempirono rapidamente di dati relativi a tempo, altezze, pesi, distanze…
Appena caricate tutte le informazioni necessarie dalla memoria del computer, l’immagine sullo schermo ruotò su se stessa per mostrare la stessa scena da diversi punti di vista. Poi, tornò all’inquadratura iniziale e l’avatar cominciò a salire la scala, un po’ meccanicamente ma senza interruzione. Quando arrivò in cima, le immagini dello schermo mostrarono una specie di tappetino che scivolava all’indietro e l’avatar che restava un istante in equilibrio precario, prima di cadere all’indietro. La testa urtò il corrimano poi, come rimbalzando, un gradino a metà scala, mentre l’intera figura rotolava fino sul fondo, dove restò inanimata.
Allora Alex digitò un comando e il tempo segnato nell’icona che ne teneva conto tornò indietro, mentre le immagini mostravano la caduta del vassoio dalle mani dell’uomo che iniziava a scivolare. Si videro pochi oggetti precipitare quasi verticalmente sullo spazio di pavimento lasciato libero dallo scorrimento del tappetino.
Infine il tempo si bloccò e lo schermo si congelò sull’ultima immagine.
Alex, che aveva osservato tutto con aria corrucciata, sollevò le braccia incrociando le mani dietro la nuca con un profondo sospiro.
«Dovrebbe essere già tutto finito» disse a se stesso a bassa voce.
Poi chiuse la simulazione, spense il laptop e abbandonò il laboratorio.